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Geopolitica Europea

La Rotta Europea verso la Guerra tra Russia e Ucraina

Quali sono le responsabilità dei paesi dell’Unione Europea come Francia e Germania? La Merkel abbandona la nave continentale e scoppia il conflitto. Tutto questo non è un caso.

Non pensavo scoppiasse! Credo che l’Ucraina è stata parte dell’impero russo fin dall’inizio del Seicento poi repubblica sovietica nell’URSS e dopo averla uccisa, Kyiv o Kiev diventa indipendente nel 1991.

Ivan Il Terribile non è solo su Fantozzi. E’ esistito davvero.
Non più filo russa dal 2014 da quando il presidente liberamente eletto, Viktor Yanukovich, sotto le proteste di massa per il rifiuto di stringere la mano all’UE a favore di più forti legami (e soldi) con la Russia fugge a Mosca. L’Ucraina affronta una difficilissima situazione economica con le finanze pubbliche allo stremo mentre i figli di Yanukovich, politico di lungo corso e più volte primo ministro dell’Ucraina indipendente, diventano miliardari.

Le manifestazioni di Piazza Maidan diventano il simbolo dell’europeismo di Kiev contro l’oligarchia e la corruzione. Questo però diventa un grosso problema considerando l’ingombrante vicino.

La protesta riassunta in una foto (Piazza Maidan – Primavera 2014, Kiev)
L’Ucraina, dopo la destituzione del presidente filo russo entra in guerra con la regione separatista del Donbass (da dove viene Yanucovich) spalleggiata dalla Russia di Putin. La penisola di Crimea, fulcro storico del Mar Nero, viene annessa a Mosca con un referendum plebiscitario a cui nessun osservatore ufficiale europeo prende parte.

Il Donbass, una regione ucraina a maggioranza russofona, con il sostegno della Russia (per la Nato e l’Ucraina anche militare) intraprende questo scontro a cui segue un cessate il fuoco e una linea di demarcazione con due repubbliche autoproclamatesi indipendenti di Lugansk e Donetsk (settembre 2014 – Protocollo di Minsk I).

La divisione secondo Minsk I – settembre 2014
La situazione sul Fronte orientale allarma il Vecchio continente. Dall’intervento in Georgia del 2008 che non si vedevano missili solcare i cieli. La cosiddetta Guerra di Agosto finì con la mutilazione della Georgia di due regioni separatiste dell’Akbazia e dell’Ossezia del Sud. Visto il precedente, il basso eco mediatico e l’impalpabile risposta occidentale all’aggressione l’opinione pubblica poteva dire: “nessuna novità sul Fronte orientale”. Ma la polarizzazione questa volta è già in atto e arrivano le sanzioni per la Russia di Putin.
La Russia combatte l’America in Ucraina

Una parte d’Europa diventa filo putiniana perché la Russia combatte l’America in Ucraina. L’UE è in difficoltà. I partiti populisti di entrambi gli schieramenti di destra e di sinistra, molti filo russi, fanno molto bene nelle elezioni europee del 2014 conquistando più o meno un quarto dei seggi del parlamento europeo.

Questo atteggiamento alimenta le paure di un blocco coerente a favore di Putin a Strasburgo.

Il caso di questa penetrante influenza è veramente inquietante. Heinz-Christian Strache, il leader del Partito della Libertà (FPO) ed ex vice premier del governo in Austria, viene ripeso mentre negozia, con una sedicente ereditiera russa vicina a Putin, dei finanziamenti illeciti in cambio di favori una volta che approda al governo. Il tutto avviene circa un mese prima del successo elettorale del FPO che lo porta ad avere il determinante 25% dei consensi per formare l’esecutivo con il partito popolare guidato da Kurz.

Strache in Spagna con gli amici russi
In Grecia, il partito governativo della sinistra radicale Syriza aveva guardato con molto interesse verso la Russia. Nel febbraio del 2015, all’indomani dell’insediamento, Nokos Kotzias, il nuovo ministro degli Esteri, si reca a Mosca per il suo primo viaggio fuori dall’Unione Europea.

Syriza si dimostra subito “freddo” nei confronti delle sanzioni contro la Russia, e oppositore all’espansione di esse. Podemos, un altro partito nascente di sinistra che guida i sondaggi in Spagna in quell’anno è ampiamente pro – russo. Il suo leader Pablo Iglesias accusa l’Occidente di negoziare su un doppio binario con Mosca.

Il Fronte Nazionale in Francia, il più largamente di destra dei partiti europei di una certa rilevanza apertamente ammira Putin. Marine Le Pen, fa diversi viaggi nella capitale russa.

Nel 2014 accetta un prestito di €9,4 milioni dalla Prima Banca Russa della Repubblica Ceca (First Czech Russian Bank), una società finanziaria direttamente legata con il Cremlino.

Dichiara apertamente che il finanziamento è una tranche di un prestito totale di 40 milioni. La signora Le Pen giustifica questo comportamento accusando le banche occidentali di avergli voltate le spalle.

Il partito dell’estrema destra dell’Ungheria, Jobbik che ottiene il 20% dei voti per il parlamento di Budapest dell’aprile 2014 è dichiaratamente putiniano.

Nel 2013 il suo leader descrive la Russia come il guardiano dell’eredità europea, contro il “triceratopo” UE. La sua figura più controversa, Bela Kovacs, un membro del Parlamento Europeo, agisce in nome degli interessi della Russia e supporta l’invasione della Crimea.

Anche Fidesz, il partito governativo dell’Ungheria, una volta fieramente anti – comunista, coltiva strette relazioni con Mosca; il leader Viktor Orban tuttora lotta per costruire uno stato illiberale nel cuore dell’Europa.

Per l’Italia quei mesi Salvini strizza l’occhio insieme ai grillini e si presenta con la maglietta raffigurante Putin al parlamento europeo.

Nel 2016 l’Olanda boccia con un referendum l’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea. Molti dei protagonisti di quei giorni accusano Poroshenko, il nuovo presidente ucraino succeduto a quello filo russo Yanukovich, di non aver combattuto la corruzione, di non aver mandato avanti le riforme, di non aver rispettato gli impegni con il Fmi, insomma, di non essere stato “abbastanza europeo”, e di aver agito con Bruxelles non da partner ma da “parente povero” (il reddito procapite olandese è 22 volte quello ucraino). L’Ucraina sedotta di fatto viene abbandonata.

Arriva Zelensky

“Heyyyyy  Tutti!” così su instagram celebrava la vittoria il comico Volodomyr Zelesky dopo essere diventato presidente dell’Ucraina con il 73% dei voti nell’aprile 2019. Poroshenko, l’ex presidente, esce con le ossa rotte da una competizione elettorale che marca all’apparenza un profondo distacco dall’oligarchia che ha governato questo satellite sovietico dopo la sua indipendenza del 1991.

Si ride con Zelensky
Zelensky, figlio di un ingegnere e di una professoressa, diventato famoso con il suo show “Il servo del popolo” eredita un paese in guerra con un Parlamento a lui totalmente avverso che dovrà cercare di conquistare con le elezioni legislative dell’ottobre prossimo.

Il nuovo presidente ha 41 anni ed anagraficamente non può appartenere alla vecchia elite che aveva ereditato tutto il patrimonio dell’Era sovietica dopo il suo crollo; la sua corsa parte da una città industriale di media taglia di Krivoi Rog a testimonianza della sua vicinanza con la classe operaia. Ma non è tutto oro quel che luccica soprattutto in funzione della necessità di costruire una dirigenza e un partito intorno alla sua figura per affrontare le urne in autunno. “L’arancione” dell’ovest e il “blu” dell’est ucraino vengono riassunti nel suo nome che vuol dire “verde”; questo però non basta.

I maligni mormorano che sia in combutta con il suo vecchio datore di lavoro televisivo di nome Kolomoisky molto vicino a Mosca e alla PrivatBank che ha rubato 5 miliardi ai suoi correntisti. Zelesky sussurra un pò imbarazzato che con lui c’è solo business; una recente inchiesta ha dimostrato però che è volato 13 volte a Ginevra e Tel Aviv dove l’ex oligarca vive.

I complottisti dicono che dietro al nuovo presidente ci sia lui e forse non è un caso che Putin se la ride di fronte al nuovo comandante in capo del nemico ucraino: un comico sponsorizzato da un filo russo.

Un esercito di Putiniani schierato dal 2014 e poi c’è l’Armata Russa

Nel maggio 2019, i putiniani, non sfondano alle elezioni europee. Rimangono così poche risorse politiche a eccezione di Angela Merkel, vero leader capace di avere il cellulare di Putin.

Arriva la pandemia, ma Mosca rimane dinamica. Negozia un accordo con il Sudan per aprire una base sul Mar Rosso. E’ solo un appoggio logistico di 300 uomini a Port Sudan per coordinare le operazioni nei mari caldi, ma è sostanzialmente un mito che Vladimir Putin si portava forse dietro da quando era un agente del KGB.

In Libia e precisamente in Cirenaica le truppe del Cremlino ormai sono i veri padroni nonchè padrini del presunto cessate il fuoco e del patto che porterà alle elezioni tra quando non sa.

Berlino secolo scorso

A Mosca è stato firmato l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian in quella che è stata l’ultima guerra d’Europa prima dell’Ucraina (siamo nell’ottobre – novembre 2020). Una missione russa in Nagorno Karabakh vigilerà sui due fronti e occuperà la regione per 5 anni finchè gli armeni non avranno deposto le armi e le loro velleità nazionaliste.

In Siria 65.000 truppe russe hanno messo i piedi nella sabbia. Nel teatro mediorientale, il Cremlino ha testato numerosi missili, droni e armi di ingegneria militare sofisticata. Dieci anni fa era impensabile considerare un attacco alla Siria da una nave russa ormeggiata nel Mar Caspio. ora è una solida realtà.

L’esercito di Putin può contare su una spesa militare di 180 miliardi, quasi tre volte quella britannica. Gli analisti militari hanno sostenuto che in caso di crisi, centomila soldati russi con armamenti pesanti possono in trenta giorni raggiungere un punto imprecisato dell’Europa; L’esercito della NATO nello stesso tempo potrebbe muovere circa la metà delle truppe con il solo equipaggiamento leggero. Nel settembre 2020 un’esercitazione dell’esercito di Mosca, impegna a Kavkaz nel Caucaso, 80.000 uomini. In Europa si discute sempre e solo della piaga del COVID.

Le maggiori testate di analisi militare certificano: la frontiera russa raggiungibile dai missili KH – 101 è il Portogallo. Infatti, questi missili posso attaccare fino al paese iberico.

Credo di avervi dato un quadro abbastanza emblematico della potenza che si affaccia nella terza decade del nuovo millennio.

Roulette russa

Arriviamo al novembre 2021 quando esce di scena definitivamente Angela Merkel, l’ultima “amica” capace di avere il cellulare di Vladimir Putin ed Emmanuel Macron, presidente francese, rimane solo. In solitudine e troppo debole a causa del clima elettorale non riesce a rassicurare Mosca sugli accordi di Minsk II e la sua implementazione. Il Fronte orientale si surriscalda nuovamente. Il Format Normandia (Francia, Germania, Russia e Ucraina) che aveva portato agli accordi di Minsk 2 si sgretola e la Russia dubita sulla tacita “Castrazione” dell’Ucraina promessa da Parigi e Berlino.

Pronti per la castrazione dell’Ucraina
I controversi accordi di Minsk II tramite una complessa riforma costituzionale avrebbero portato il Donbass (regione russofona) a una larga autonomia regionale capace di porre dei veti a livello nazionale così da mantenere l’Ucraina in uno status neutrale. Brevemente, il Donbass diventava il braccio politico di Mosca capace di interferire sulle alleanze economiche, tipo Unione Europea, e su quelle militari, tipo Nato dell’Ucraina.

Ma torniamo al dicembre 2021. La Germania altro partner degli accordi si affida alla nuova compagine governativa di Olaf Scholz, cancelliere socialdemocratico, e Annalena Bearbock, ministra degli Esteri, verde e atlantista di ferro. Intanto a dicembre i russi ammassano le truppe al confine. Nel Donbass aumentano gli scontri tra le due regioni separatiste e le truppe nazionali dell’Ucraina.

Prende così il sopravvento il fenomeno Zelensky, attore divenuto presidente e sembra convincersi che può farcela insieme a Joe Biden subentrato al posto di Trump. Zelensky non crede all’invasione prospettata da Washington e assicura i partner così da evitare fughe diplomatiche dopo quella americana.

Arriviamo ai colloqui di febbraio 2022 e non si trova la quadra forse perchè ormai è tutto pronto. Putin incontra Xi Jinping, il presidente cinese, e con una dichiarazione congiunta certifica l’ascesa della vicinanza strategica tra le due potenze. Una comunione d’intenti mai vista prima tra i due paesi.

Finiscono le Olimpiadi e la Russia diventa il braccio armato dell’Asia in Europa e in Ucraina, ai cui cittadini nessuno ha chiesto di essere degli eroi, si combatte di nuovo l’America.

Torna lo scontro di civiltà tra quella di Zuckenberg e quella del pastore degli Urali. La democrazia degli eccessi velatamente cinica e il potere autoritario della tradizione tremendamente violento all’occorrenza. Alla lunga i putiniani torneranno allo scoperto e nessuno sarà pronto a morire per l’Ucraina. Non credo assolutamente a questa sbornia di solidarietà anche se l’Assemblea delle Nazioni unite certifica il primo marzo che l’Ucraina non è sola. Ma sappiamo che l’ONU è un poliziotto disarmato.

Di Gianluca Pocceschi

scrittore, ricercatore indipendente e analista geopolitico. Nasce a Grosseto nel 1981. Negli anni accademici esplora l’Europa dalla Faculté des Lettres, Langues et Sciences Humaines di Angers. Si laurea in Relazioni Internazionali all’Università di Perugia e dopo studi sulla dissoluzione dell’ex Jugoslavia vola all’Ambasciata d’Italia a Belgrado.
Nei Balcani inizia a scrivere e dopo collaborazioni con testate online fonda geuropa.it
Frontiere senza nazioni è il suo esordio letterario.