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Sudan: Anatomia di un colpo di Stato

Tornano i militari al potere e il popolo nelle piazze intona: “Nessuna trattativa, nessuna mediazione, nessuna contrattazione, solo governo civile.” Esplode il caos, ma stavolta sarà diverso.

Quello che sta accadendo in Sudan è una cosa molto più seria di quanto non possa apparire. Basta guardare una mappa geografica per capire la sua importanza strategica. Questo paese è una retrovia di alcune nazioni critiche come Libia e Egitto ed è il corridoio d’accesso al mar Rosso dove passa il 10% del commercio mondiale e i cavi di fibra per le comunicazioni digitali e telefoniche da cui dipendono 2 miliardi di persone.

Il primo ministro, Abdallah Hamdok, nominato due anni fa dai leader della protesta che estromise il dittatore Omar Al Bashir dal potere, è ora in arresto. La rimozione dalla carica è avvenuta per mano dell’anima militare del Sudan che ha preso il sopravvento contro il governo civile. Il generale Abdel – Fattah Al Burhan è il capo di questo golpe. Non possiamo chiamare questa azione con un altro nome.

Tra l’altro, l’avvicendamento tra l’anima civile e quella militare sarebbe dovuto arrivare entro il 2021. Una tappa del percorso verso le elezioni del 2023.

Non è stato così …

UNA FACILE PREDA GEOPOLITICA

Il Sudan è un gigante con i piedi di argilla, è territorialmente gigante: un milione e 800 mila chilometri quadrati, una superficie enorme in una posizione strategica.

Autour de moi la folie …

É da sempre diviso tra lotte interne per il potere. La capitale Khartoum e il centro sono molto forti mentre le periferie dello Stato sono gregari del potere. Tale divisione ha fatto diventare il Sudan una facile preda degli attori limitrofi. La Libia, l’Egitto, l’Etiopia, l’Eritrea e in minor misura anche l’Uganda sono collegati e in qualche modo egemoni del grande vicino. La posizione geografica, come già rimarcato, rende estremamente complessa e delicata la situazione e strategico l’approccio.

L’instabilità di questi giorni riporta le lancette alla Guerra Fredda. Con il mar Rosso e una varietà di esclusivi interessi non solo regionali, ma anche internazionali, il Sudan torna alla ribalta. La Road and Belt initiative cinese e il tentativo russo di costruire un porto nei mari caldi a Port Sudan, lo fanno ridiventare un campo di battaglia per conto terzi.

LA STORIA DEL SUDAN NELL’ENNESIMO TENTATIVO DEMOCRATICO

Si è interrotto bruscamente il 25 ottobre il tentativo del Sudan di dotarsi di un assetto democratico. Il colpo di Stato guidato dal generale Abdel – Fattah Al Burhan ha stoppato un processo iniziato nel 2019 con la destituzione del dittatore Omar Al Bashir.

L’ultimo forte tangibile tentativo di democratizzazione c’era stato a luglio del 2020 quando Abdallah Hamdok capo del governo di transizione aveva annunciato la sostituzione di gran parte dei governatori militari con quelli civili.

La transizione era estremamente fragile e l’accordo tra militari e civili, che il premier Hamdok aveva definito un paradosso, è collassato a settembre con un tentativo di colpo di Stato organizzato da comparti dell’esercito fedeli all’ex regime di Bashir.

Lunedì 25 ottobre però un altro tentativo è andato a buon fine con l’arresto del capo del governo e di alcuni ministri. Oggi, mentre il paese è isolato per via della sospensione di internet e con le linee telefoniche a singhiozzo, migliaia di persone protestano nelle piazze.

La Khartoum di fine ottobre 2021 è roba da supereroi!

Il generale al Burhan annuncia grandi riforme e la conferma dell’appuntamento elettorale del 2023, ma l’impressione è che il Sudan dopo due anni di speranze sia tornato alla casella di partenza. Quando parliamo di democrazia la storia sembra ripetere se stessa fin dalla sua indipendenza: le rivolte del 1964 e del 1985 furono spazzate via anch’esse con un golpe militare.

IL RUOLO DEI DONATORI INTERNAZIONALI

Oggi, con il colpo di Stato in atto, il Sudan affronta anche un altro spinoso problema: la credibilità verso i donatori internazionali. Gli Stati Uniti hanno bloccato un prestito di 700 milioni di dollari. La Banca Mondiale aveva ricominciato a finanziare il paese dopo la rimozione dalla lista dei paesi terroristi con l’amministrazione Trump, con le vicende politiche degli ultimi giorni ha stoppato l’erogazione di due miliardi di fondi.

L’Unione Africana ha sospeso la partecipazione di Khartoum all’assemblea e la Lega Araba ha chiesto la restaurazione del governo di transizione condannando l’azione dei militari.

IL CONFLITTO ARABO – ISRAELIANO

Un aspetto poco reclamizzato dalle testate del settore è relativo alla polarizzazione delle anime politiche in lotta intorno al conflitto arabo – israeliano. Il riavvicinamento tra Tel Aviv e Khartoum del novembre 2020 è particolarmente significativo, dal momento che proprio nella capitale sudanese il 1° settembre del 1967 fu costituito “il fronte del rifiuto”, composto da nove paesi intenzionati a proseguire la lotta conto Israele per il recupero dei territori perduti nella guerra dei sei giorni (5 – 10 giugno 1967).

In quell’occasione furono proclamati i “tre no” che avrebbero plasmato le relazioni arabo – israeliane fino alla fine degli anni ’70: “no” alla pace con Israele,  “no” al suo riconoscimento e “no” ai negoziati. L’anima militare è pro accordi di Abramo ossia a favore della normalizzazione con Israele. Mentre l’anima civile, da sempre sostenitrice della causa palestinese, è contro questa decisione.

Jeffrey Feltman, inviato speciale della presidenza americana per l’Africaaveva incontrato l’anima civile e l’anima militare del Sudan, pochi giorni prima che si consumasse il colpo di Stato. Coincidenza o responsabilità? Alcuni cittadini sudanesi sui social si sono scatenati per questa visita statunitense, cercando un filo rosso tra la visita e i fatti politici.

Una pagina quest’ultima, tutta da scrivere …

Nel mio libro parlo a lungo della storia del Sudan con Laji, lo studente maliano che ho incontrato all’Università di Angers. Se vuoi approfondire puoi farlo cliccando su Frontiere senza Nazioni. Conversazioni su Jugoslavia, Sahel, Afghanistan e Siria.

Di Gianluca Pocceschi

scrittore, ricercatore indipendente e analista geopolitico. Nasce a Grosseto nel 1981. Negli anni accademici esplora l’Europa dalla Faculté des Lettres, Langues et Sciences Humaines di Angers. Si laurea in Relazioni Internazionali all’Università di Perugia e dopo studi sulla dissoluzione dell’ex Jugoslavia vola all’Ambasciata d’Italia a Belgrado.
Nei Balcani inizia a scrivere e dopo collaborazioni con testate online fonda geuropa.it
Frontiere senza nazioni è il suo esordio letterario.