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Approfondimenti Mensili

Odissea 2020. Un Miserabile Racconto

Un podcast che riassume alcuni momenti di questo anno poco terrestre.

Il virus patriottico

New York Times, il 31 gennaio, sbatte in prima pagina Wuhan, una megalopoli cinese i cui 11 milioni di abitanti vengono reclusi in casa il 23 gennaio 2020. Una scena da apocalisse. La causa è un pericoloso virus, ma è patriottico secondo Xi Jinping, il leader cinese, colpisce solo i cinesi riporta il quotidiano Neworkese.

Una forma di polmonite che circola da 54 giorni liberamente a Wuhan prima che fosse posta sotto un locdown medioevale. Una semplice ricerca su Skyscanner condotta dall’uomo comune scopre che ci sono stati 5 voli al giorno in questi 54 giorni tra l’Italia e Wuhan.

Conte afferma il 27 gennaio, Siamo prontissimi contro il coronavirus: così si chiama il virus patriottico.

La lotta di classe vince agli Oscar
“Loro sono ricchi, ma sono gentili. Sono gentili perché sono ricchi.”
Dal film “Parasite”, la lotta di classe trionfa agli Oscar e torna nel luogo del delitto, nella California di Furore (The Grapes fo Wrath) dove il Capitalismo trovò la furia dei diseredati.
Una commedia coreana tra ricchi molto profumati e poveri molto poco profumati. La pellicola sbanca contro 1917, un colossal sulla prima guerra mondiale. La prima volta di una lingua originale nell’Olimpo della filmografia mondiale. E’ un anno strano.
QUESTO NON PUÒ ESSERE HEATHROW

Il virus non era patriottico. Piano piano tutto il mondo ne paga le conseguenze. Il 10 marzo viene proclamata la pandemia. L’Europa si chiude e con essa la Terra. “QUESTO NON PUÒ ESSERE HEATHROW” confessa piangendo Alaba, autista Uber. La grande sala check – in è deserta e lui guarda la vastità del vuoto.

Il mega display mostra gli unici 6 voli giornalieri. Le frontiere sono chiuse. Gli alberghi sono vuoti. L’anno scorso ad aprile 6,8 milioni di passeggeri sono passati attraverso il grande aeroporto londinese. Quest’anno sono stati 200 mila. Inutile fare la percentuale.

NESSUN LAVORO, NESSUNA PAGA, NESSUN CIBO

Dal 1990 fino allo scorso anno il numero delle persone estremamente povere, quelle che sopravvivono con meno di 1,90 dollari al giorno, è sceso da 2 miliardi, il 36% della popolazione mondiale, a circa 630 milioni, l’8%.
Adesso, per la prima volta dal 1998, questo numero sta salendo molto rapidamente.
Persone con mancanza di risparmi o una rete di sicurezza sociale non possono smettere di lavorare. A milioni di esseri umani questo è stato imposto.
Prima della crisi Jonathan Solmayor guidava un tuk – tuk nella città di Davao nelle Filippine:
“Sto nutrendo quattro bocche, ma la mia unica fonte per vivere è stata fermata.”
Nel Nepal occidentale un uomo ha visto diminuire le sue ore di lavoro del 75%. In Uzbekistan il numero di nuclei familiari dove almeno una persona lavora è caduto del 40%.
Il numero delle persone che portano il pane a casa diminuisce e i prezzi aumentano. In India, il prezzo delle patate è balzato del 15%. In Uganda, il costo dei cibi tradizionali ha subito un rialzo da inizio marzo di oltre il 15%.
La catena globale dei rifornimenti sta tenendo, ma le interruzioni locali sono gravi. In province remote delle Filippine la severa quarantena ha visto marcire fagioli e seccare cocomeri.
Nell’Africa dell’Est, il COVID – 19 non è stata la sola piaga a colpire duramente in questo maledetto anno: miliardi di locuste si sono divorate migliaia di chilometri quadrati di culture.
Il mondo chiede: dateci da mangiare.
Non posso respirare

“Non posso respirare” L’afroamericano George Floyd muore sussurrando queste parole schiacciato dal ginocchio di un poliziotto a Minneapolis. L’atroce filmato che vede protagonista questo gigante di 47 anni fa il giro del mondo. Al grido di Black Live Matters una cospicua parte del Pianeta sostiene i tumulti che scoppiano nelle città americane.

Le statue di chi è stato complice della schiavitù e del colonialismo vengono sbarbate dai loro piedistalli nelle piazze delle città americane e europee. Il furiosissimo sdegno permane per settimane.

Oltre George Floyd e i morti da pandemia c’è una radicalizzazione della politica americana che affronta uno scontro alla presidenza in un clima misto a schizzofrenia, paranoia e insicurezza; la teoria dominante, a destra e sinistra, è che il cambiamento in America è fatto dagli estremi: a destra ciò significa Goldwater-ismthe Tea Party e mister Trump; a sinistra significa il movimento anti – Vietnam, le campagna sulla Giustizia sociale e Bernie Sanders. Nel 2016 il clima che aveva portato all’elezione di Trump era uno sballo in confronto alla situazione odierna.

Gli Stati Uniti venivano da 20 trimestri consecutivi di discesa della disoccupazione e la minaccia terroristica era pari a zero. Scelsero The Donald perché era permesso sperimentare tutto. Le elezioni 2020 vengono vinte da Joe Biden, il candidato della decenza, dello stay in the middle.

Il sovietico bielorusso
“Un complotto del Regno Unito, Polonia e Repubblica Ceca.”
Secondo il “dittatore” Lukashenko sono gli Stati che muovono le fila della protesta in Bielorussia. Sono loro i “pastori” delle “pecore” in rivolta (etichetta presidenziale data ai dimostranti).
Le condanne della repressione da parte di Unione Europea, USA, Germania, Francia e un’altra dozzina di paesi Occidentali adombrano le congratulazioni di Cina e Russia per l’ennesimo mandato a questo luogotenente ereditiero del potere sovietico in carica dal 1994. Ma non bastano.
La terra del Trattato “imperialista” di Brest – Litovsk che certificó la resa della Russia bolscevica nel 1918 è uno scoglio dove le sirene dell’Occidente non possono nemmeno avvicinarsi. Se Kiev è la culla dell’Essere russo, Minsk è quella dell’Essere sovietico. Pronte dunque le cannoniere anche se non ce ne sarà bisogno.
Il gigantesco palazzo del KGB domina Minsk e non sarà semplice estirpare il legame che da sempre nutre e cementifica la società bielorussa a quella dei Soviet.

Siamo alla fine del 2020 e alla ventesima domenica di protesta con ancora arresti circa 140. La lotta cominciata ad agosto non sembra arrestarsi. Usque ad finem.

Di Gianluca Pocceschi

Sono un laureato in Relazioni Internazionali con passaporto europeo e profondamente europeista. La mie passioni sono i libri per la scuola, la porta da calcio e la geopolitica. Scrivo per distruggere le banalità sull'Europa.