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La Politica di Full Metal Biden

Sovranista in economia, umanitario in Yemen, scocciato coi sauditi, seducente con gli iraniani e scontroso con Xi Jinping. I molteplici volti del nuovo inquilino della Casa Bianca.

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GUARDA IL VIDEO BUY AMERICAN
da sleepy joe a speedy joe

Da sleepy Joe a Speedy Joe è stato un attimo. Appena messo piede nella Casa Bianca, il settantottenne presidente statunitense ha firmato molteplici ordini esecutivi nel tentativo di cancellare il Trumpismo:

• Obbligo della mascherina in tutti edifici del governo e uffici federali.
• Revoca dell’uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
• Ha nominato il coordinatore per la risposta al COVID 19 per la distribuzione dei vaccini e per la lotta al virus.
• Rientro negli accordi di Parigi per il clima.
• Sospensione della costruzione dell’oleodotto Keystone con il Canada.
• Fine del Muslim Ban.
• Revoca dei fondi per la costruzione del muro con il Messico.
• Ristabilito il programma Daca (Deferred Action for Childhood Arrivals) a favore degli immigrati minorenni irregolari.
• Istituita un’agenzia per combattere il razzismo nei luoghi federali con un’applicazione del regolamento etico.
• Sospensione degli sfratti e dei debiti universitari.

Questo sono quelli più citati perchè in linea con la volontà generale che vede prevale l’abbattimento del Trumpismo in qualsiasi forma esso si presenti. Il mondo in delirio cosmico da nuovo presidente ha voluto omettere l’altra parte del manifesto.

compra americano

Cambiamento, Restaurazione o Trumpismo senza Trump? Ho titolato così un video di inizio anno. Queste potevano essere le vie e Biden, l’uomo della decenza, si posiziona al centro: un pò di tutto e passa la paura.

I primi cento giorni sono fondamentali per ogni presidente americano e Nonno Joe non fa eccezioni. Gli ordini esecutivi ne sono una prova.

Ma oltre ai summenzionati ce non sono altri, specialmente uno molto interessante. Potremmo dargli il nome di Buy American.

I dollari dei contribuenti americani devono essere spesi per beni americani fatti da lavoratori americani con componenti Made in USA.

Il bastone di Nonno Joe è lungo 600 miliardi tutti da spendere nella filiera a stelle e strisce. Basta con gli Obama e i Clinton tutti protesi nella globalizzazione. Ora parliamo democratico americano e basta!

Torniamo ai tempi di Herbert Hoover che nel 1933 firmò il Buy American Act che mirava con il suo tentativo di generare lavoro americano restringendo le varianti degli acquisti federali su scala nazionale.

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FULL METAL BIDEN
stay human with yemenites and be hard on the saudis

Per gli ultimi due presidenti americani la guerra in Yemen sembrava come un capotto reversibile. Barack Obama ha sostenuto la coalizione guidata dall’Arabia Saudita in nome del governo dello Yemen contro i ribelli Houthi. Ma questa è stata una decisione cinica volta a contenere la rabbia dei sauditi scaturita dall’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran nel 2015.

Poi venne Donald Trump che ha resistito a tagliare il supporto americano alla guerra firmando un grande accordo per la fornitura di armi all’Arabia Saudita.

Le recenti elezioni ci consegnano il democratico Joe Biden che ha promesso un approccio differente in un suo discorso di ampio raggio al dipartimento di Stato lo scorso 4 febbraio. Biden ha puntualizzato  catastrofe umanitaria della guerra in Yemen che perdura da sei anni. Non c’è, però, nessuna iperbole nella sua diagnosi. Nessuna giravolta.

Più di 112.000 persone sono state uccise nei combattimenti. Un’economia devastata dove quattro su 5 yemeniti confidano nell’aiuto umanitario per sopravvivere. Il collasso sanitario causato da un’esplosione di colera è solo una delle tragedie dello Yemen; Le Nazioni Unite avvertono che ci sarà una imminente carestia. Dati alla mano incontrovertibili.

flirta iraniano

Joseph Biden ha fatto sapere che l’America non sarà più complice di tutto questo… Continuerà a vendere armi difensive all’Arabia Saudita perchè ne ha bisogno: i ribelli Houthi, filo iraniani, hanno colpito molte volte con droni e missili il regno, incluso un attacco il 10 febbraio che ha colpito l’aeroporto di Abha.

Ma ha assicurato la fine “di tutto il supporto americano per le operazioni offensive”, incluso la vendita di armi. Ha anche avversato la decisione dell’amministrazione Trump di bollare gli Houthi come gruppo terrorista e ha estromesso un rispettato diplomatico come inviato speciale per lo Yemen ( Timothy Lenderking).

Molto dipenderà dai dettagli di questa politica. Gli orpelli sono molteplici e tutto dovrà essere verificato. La comunicazione e le mosse nei primi 100 giorni di ogni amministrazione americana creano molto rumore, ma spesso per nulla.

Se l’America semplicemente taglierà il flusso delle bombe intelligenti i sauditi potranno continuare a comprare e lanciare quelle più stupide… Se i democratici e nonno Joe andranno oltre, potrebbe zoppicare la macchina da guerra saudita. Tra il 2015 e il 2019 il regno è stato il più grande importatore di armi del mondo secondo l’istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma.

le armi

Circa i tre quarti della vendite di armi sono stati commissionati all’America e un altro 13% alla Gran Bretagna. Anni di sontuosa spesa hanno permesso al regno saudita di approvvigionarsi di carri armati e aerei in maniera massiccia, ma senza autosufficienza sistemica. La doppietta potrebbe fare cilecca senza lo Yankes. Hanno ancora bisogno di molte cose dall’America come ad esempio munizioni e componenti.

Il nuovo presidente eletto ha già messo in pausa un accordo da 478 milioni di dollari per 7500 missili teleguidati che era stato annunciato negli ultimi giorni dell’amministrazione Trump. La convinzione è unitaria: Riad fa ancora affidamento sull’aiuto americano per tutto, dall’identificazione degli obiettivi sul campo di battaglia al mantenimento dell’equipaggiamento in buono stato.

È improbabile che gli statunitensi puniscano più di tanto l’Arabia Saudita. Essa rimane un grande produttore di petrolio e un utile partner di intelligence. Biden non può tagliare i legami nemmeno tuttavia può evitare un confronto.

Lui pianifica di rientrare nell’accordo sul nucleare con l’Iran e probabilmente manterrà il suo criticismo sui record nei diritti umani del regno Saudita, finché queste rimostranze sembreranno produrre dei risultati come il rilascio il 10 febbraio di Loujain al Hathloul, un’attivista per i diritti delle donne. La sfida di Biden sarà quella di trovare un patto che non sia indulgente verso il regno Saudita nei suoi peggiori impulsi e nemmeno che sia uno strumento delle sue peggiori paure.

chiama la sfinge xi

Finalmente è arrivata la chiamata al leader cinese Xi Jinping. Joe e Xi si conoscono da questa famosa foto quando entrambi erano i numeri due delle rispettive potenze.

Ci occuperemo anche della sfida su sicurezza e valori democratici posta da uno dei più grandi competitor: la Cina. Conosciamo gli abusi economici della Cina, la sua aggressiva corsa al progresso, le frequenti violazioni dei diritti umani, ma siamo pronti a lavorarci e di competere da una posizione di forza fino a recuperare la nostra credibilità che negli ultimi anni è andata in gran parte perduta. 

Il presidente americano ha menzionato la sicurezza commerciale visto che un terzo del commercio mondiale passa nell’area indo pacifica e poi i diritti umani. La questione delle periferie cinesi: Hong Kong e i campi di internamento degli Uiguri in Xinjiang sono i temi scottanti.

“Xi Jinping, è un leader duro, non lo dico in senso cattivo dico che nel corpo di Xi Jinping non c’è nemmeno un ossicino che si possa dire democratico.”

La questione ideologica dei valori liberali dovrà lasciare il passo alla real politik altrimenti non ci sarà spazio per collaborazioni: i modelli sono troppo differenti.

Questi sono alcuni dei nodi della politica di Full Metal Biden.

Stay tuned…

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Di Gianluca Pocceschi

scrittore, ricercatore indipendente e analista geopolitico. Nasce a Grosseto nel 1981. Negli anni accademici esplora l’Europa dalla Faculté des Lettres, Langues et Sciences Humaines di Angers. Si laurea in Relazioni Internazionali all’Università di Perugia e dopo studi sulla dissoluzione dell’ex Jugoslavia vola all’Ambasciata d’Italia a Belgrado.
Nei Balcani inizia a scrivere e dopo collaborazioni con testate online fonda geuropa.it
Frontiere senza nazioni è il suo esordio letterario.