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Morte George Floyd: Processo all’America

Il racconto di un paese in guerra con la sua storia e il suo futuro.

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Gli Stati Uniti sono un paese attraversato da una rabbia profonda. Le sollevazioni avvenute dopo la morte di George Floyd sono un grido di dolore nei confronti di un atto di violenza della polizia. In realtà si dirigono verso un intero sistema politico ed economico che ha metaforicamente premuto il ginocchio sul collo delle persone povere di colore per secoli.

Questo ci restituisce un’idea di una società americana in cui le disuguaglianze economiche e le discriminazioni razziali sono molto diffuse. Affondano le radici nella deportazione e nella riduzione in schiavitù, nel genocidio dei nativi americani, nelle guerre civili nell’abolizioni dello schiavismo sostenuto dalle leggi segregazioniste di Jim Crow e dai linciaggi.

Un fenomeno, quest’utlimo, che  solo un secolo fa caratterizzava gli Stati del sud statunitense. L’evoluzione della società americana rispetto al razzismo è un’evoluzione molto lenta. Anche quando si è arrivati al movimento dei diritti civili degli anni ’60 e alla fine delle leggi segregazioniste, in realtà, molti dicono, tutto ciò ha aperto la strada non a una nuova idea di America, ma a nuove leggi che hanno prodotto un’incarcerazione di massa dei giovani afroamericani.

Di fronte a queste discriminazione a queste disuguaglianze, penso che l’amministrazione americana possa far poco nell’immediato. Può in realtà incominciare dei percorsi culturali che cerchino di mettere freno a questa situazione.

un paese in guerra
Gli Stati Uniti sono un paese in guerra dove circolano molte armi e la violenza fa parte della cultura americana in quanto ci sono diverse generazioni di cittadini che hanno fatto la guerra altrove e sono rientrati in patria con tutti i problemi che sappiamo di disturbi post traumatici da stress, come minimo, fino a problemi molto più gravi.
 
Tutto questo costituisce un tratto distintivo della società americana che la avvicina molto di più a una società in guerra piuttosto che a una società in pace. Questo elemento ha costruito un’idea di militarizzazione della polizia a partire dagli anni sessanta. Da quelle famose rivolte che ci furono in moltissime città americane e nei quartieri ghetti abitati soprattutto da neri, ma anche latinos.
 
A partire da quei fatti la polizia americana ha incominciato a strutturarsi in termini militari anche da punto di vista della dotazione strumentale ossia delle armi in possesso come se entrare in un quartiere o intervenire in una situazione fosse come andare a Bagdad nel 2003.
 
Derek Chovin rischia fino a settanta anni di carcere se le accuse fossero confermate. Ma non dobbiamo crederci troppo!
 
Nel 1999 Amadou Diallo cittadino della Guinea fu crivellato da 41 colpi di pistola ma si arrivò ad una assoluzione. Nel 2014, Micheal Brown, a Ferguson, anch’egli fu ucciso da diversi colpi sparati da agenti di polizia e anche li ci fu un’assoluzione. La ricostruzione giudiziaria è molto difficile si gioca tutto su perizie e sulla rilevazione causa – effetto, risolvere lacune politiche con verità giudiziarie non è la strada giusta.
Razzismo sistemico
Si chiama razzismo istituzionale o razzismo sistemico non si tratta di segregazione razziale con base legale come quella in vigore in Sudafrica al tempo dell’Apartheid o negli stati del Sud americani prima degli anni sessanta, ma è una forma di discriminazione ambigua che permea dinamiche sociali e politiche.
 
Il suo riflesso?
 
Disparità di ricchezza di reddito, di occupazione, di alloggio, di assistenza sanitaria, di istruzione, di potere politico e accesso alla giustizia. Il termine razzismo istituzionale fu coniato nel 1967 da Stokely Carmicheal e Charles Hamilton. Il fenomeno, dicono i due autori, ha origine nel funzionamento delle istituzioni. Riceve quindi una condanna pubblica molto inferiore rispetto al razzismo individuale.
 
Per Valery Wilson direttrice del programma su razza etnia ed economia presso l’Economic Policy Institute la disuguaglianza razziale risulta normale nella nostra società.
 
Numeri?
 
Il tasso di povertà della popolazione afroamericana è del 20,8% contro l’8,1% dei bianchi. Il reddito medio di una famiglia bianca è di 71.000 dollari l’anno contro i 41 mila di una famiglia afro americana. Inoltre le famiglie afroamericane corrono in media un rischio doppio di avere dei grossi problemi economici in caso di una spesa improvvisa di 400 dollari.
 
Prima della pandemia il 16,7% della popolazione nera negli Stati Uniti era disoccupata contro il 14,2% dei bianchi. Sebbene in questo ambito c’è stato un forte miglioramento negli ultimi anni, i laureati neri hanno quasi il doppio della probabilità di essere disoccupati rispetto ai laureati bianchi.
 
In ambito sanitario 9,7% dei neri non ha un’assicurazione contro il 5,4% dei bianchi. Persino tra gli impiegati i lavoratori di colore hanno il 60% di probabilità in più di non essere assicurati rispetto ai loro colleghi bianchi.
 
Il coronavirus ha messo ancor più a nudo le iniquità del sistema sanitario nazionale. Proprio la mancanza di un’assicurazione sanitaria, oltre alla realtà di fare dei lavoratori particolarmente esposti ai rischi, è uno dei motivi che ha penalizzato la popolazione afroamericana. Infine esiste una discriminazione anche nella ricerca degli alloggi.
 
Il processo per la morte di George Floyd è un processo a un Paese. Finanche a un sistema economico considerando l’accordo preliminare di 27 milioni di dollari della città di Minneapolis che darà alla famiglia di George Floyd in caso di condanna. E’ il più alto di sempre nel campo dei diritti civili. L’emblema stesso della monetizzazione della vita.
 
Fonti: Nessun Luogo e lontano programma Radiofonico di Radio 24, The Economist, Le Monde Diplomatique.
 
 
Foto via unsplash

Di Gianluca Pocceschi

scrittore, ricercatore indipendente e analista geopolitico. Nasce a Grosseto nel 1981. Negli anni accademici esplora l’Europa dalla Faculté des Lettres, Langues et Sciences Humaines di Angers. Si laurea in Relazioni Internazionali all’Università di Perugia e dopo studi sulla dissoluzione dell’ex Jugoslavia vola all’Ambasciata d’Italia a Belgrado.
Nei Balcani inizia a scrivere e dopo collaborazioni con testate online fonda geuropa.it
Frontiere senza nazioni è il suo esordio letterario.